It’s not what you think

The First Ten Words by Rich Larson

Chris Cornell, 1964-2017

Chris Cornell died early Thursday morning. His band Soundgarden played a show on Wednesday night at the Fox Theater in Detroit. Two hours after the show ended, he was gone.

For two days, I’ve been working on a piece to pay tribute to him, and it’s been a struggle. Usually when I have a problem like this it’s because I’m staring at a blank screen trying to figure out what I want to say. That’s not the problem this time. The problem is I have way too much to say.

I’m not going to sit here and claim to have been a huge fan of Soundgarden. I didn’t dislike them, I just had to take them in small doses. I was a fan of Cornell. I love “Seasons,” the solo song he had on Cameron Crowe’s movie, Singles. It’s a droning acoustic song about isolation and the…

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2008, December 8th 

Advaitablues

The mosquito net was wrapping me in a dark bubble; on the ceiling, the fan pulsed; in the distance, the thunderous waves smashed the sand in yet an other violent battle.

A body was lying beside me on the mattress, slowing down my run towards death.

The effort needed to leave that limbo emptied me of every ounce of love towards fellow humans that I had left.

Outside the room the air was electric and the moon a neon bulb.
I walked.
From my end of the beach to the other it takes around twelve minutes.
The fifth time I completed the route, balancing a plexiglass ball on the top of my head, on the point the scriptures call बिन्दु, a distorted voice came out of the darkness.

I thought I misunderstood because it sounded something like: <<And what is this, now? The pope?! >>

This boy approached, grinning like…

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Squilla il telefono, poi il citofono 

La sera dell’ultimo giorno del 2002, era seduto sul letto del suo seminterrato. 

Aveva appena scoperto il suo amico coinquilino scoparsi la ragazza coi dreadlock che gli piaceva da tanti mesi. Aveva fatto lo stesso, all’opposto, solo qualche settimana prima. 
La psilocibina hawaiana che aveva assunto cominciava a rendere i bordi dell’aria nella stanza più contrastati; il cane apparve sulla porta, la coda colpiva gli stipiti swingando lievemente. Si sorrisero. 

Sullo schermo, La Mummia 2 proiettava colori sovrumani.

Un piccolo melone trasparente fluiva privo di gravità dai palmi ai dorsi delle sue mani brillando calore. 
Vorrebbe solo incontrare persone che ama, stasera. 

Cosi
Squilla il telefono, Niccolò. 

Poi il citofono, Anna e la sua macchina si è rotta a 200 metri da casa. Ridono vedendosi, capendosi. 
Tutto è pronto per la chiamata. 

Lo dice a voce alta, un istante prima che squilli il telefono. Poche parole, poi: cane, macchina, autostrada deserta, aspettando di morire perché la felicità perfetta non può essere di questo mondo. 95 km dopo, è alla porta della ragazza dai capelli rossi. Il cane gratta lo zerbino, quella stessa notte concepirà dieci cuccioli. La sfera trasparente, aggrappata alla mano, riflette la luce del corridoio.

Comodità 

Il desiderio di rendere più comodo ogni aspetto della propria vita senza considerare il costo di questo miglioramento. 

Tentare di eliminare gradualmente tutto il grasso in eccesso: dalla pancia alle pagine internet alla scrittura. 

Questo meccanismo orrendo di produrre sempre maggiore spazzatura, sempre più scarto tra l’essenza e gli orpelli con cui la decoriamo. 

Orniamo la bellezza di disperazione.

dunque è solo questione di tempo prima che ci portino via insieme ai rifiuti. 

Camion pieni di pattumiera: avanzi di plastica, confezioni. Per definizione: ciò che non serve, ciò che è venduto gratuitamente, ciò che ha un prezzo solo se comprato separato da ogni altro prodotto.

Questa è la natura dello scarto: esso possiede valore commerciale solo quando non ancora ricopre il suo ruolo. 

Come ci penserà una civiltà futura? Un popolo, una cultura vanitosa, orgoglioso dei propri traguardi, tanto da uccidere per estenderne l’uso e spargerli col nome di progresso fino a schiacciare ogni alternativa. 

Una cultura che non riesce a smettere tutta la dannosa inutilità di cui si circonda fino a seppellirla. I nostri scarti sono terrificanti e saremo seppelliti dall’inutilità. 

Io stesso in tre giorni in una stanza d’albergo ho riempito sacchi interi di plastica, non facendo niente di produttivo. Semplicemente mangiando cibo cucinato da altri. 

Questi avanzi ci sopravviveranno. Cosa conta dunque la longevità? 

Come se personalmente avessimo fatto qualcosa per creare la cultura o il territorio in cui viviamo. È tutto senza merito, abbiamo ereditato ogni cosa. È stato un caso e questo rende meschino ogni pretesa. Ogni nostro benessere non è certamente derivato da uno sforzo di nessun tipo: la stessa opera ha preso valore grazie al sorteggio  (comunque indipendente dalla nostra coscienza e volontà attuale)  che ci ha immersi in un luogo dove quello sforzo ha conseguito il benessere. Nessun merito, si tratta molto semplicemente di un principio mascherato: non voglio dividere ciò che ho trovato con chi ha trovato molto meno. Il che rende davvero tutti noi colpevoli senza ombra di dubbio.

Accompagnare

Essere sfondo.  

intessere il non violento 

muovere ondate di silenzio 

verso un sole ancora nascosto Dal mare 

dichiarare meno possibile 

creare condizioni d’espressione altrui 

riconoscendosi 

ri-conoscendosi 

altrui

mantenere il volume minimo 

ritenere la potenza. 

Tutto ciò che determina il mio mondo proviene da un luogo nascosto; io stesso prendo origine dal buio della mia mente e ancora nessuna tecnologia ha trovato un modo per attraversare quel solido muro d’osso che è il mio cranio

Improvvisazione * coreografia

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La relazione tra coreografia e improvvisazione non può distaccarsi da ciò che la quotidianità insegna: ci muoviamo insieme a ciò che ci circonda. Quando siamo presenti, cessiamo di vivere una realtà immaginata, proiettata dai nostri de-sideri (da de-sideris, sentire la mancanza delle stelle) e cominciamo a tenere lo sguardo su ciò che, contemporaneamente a noi, esiste.

L’Altro detta legge semplicemente condividendo il nostro mondo.
L’improvvisazione è la contemplazione della presenza dell’Altro, il termine del nostro riflesso, l’inizio di un silenzio in ascolto, denso di domande senza risposte, di voglia di sentire, di unione, di Sintesi.

La coreografia è il nostro compito, la nostra casa, la nostra prigione.
Senza una forma, andare in scena ambisce solo a riempire di attenzione i dettagli del paesaggio, a elevare il livello energetico di un ambiente quotidiano solitamente ignorato o sottovalutato: raccontiamo solo il nostro interesse per il mondo, manchiamo cioè dell’interfaccia necessaria per far sorgere nei lavoratori che ci guardano l’interesse per una nuova prospettiva di loro stessi.
Attraverso l’osservazione di un’apparenza differente dalla loro, essi si preparano, inconsapevolmente, a cambiare prospettiva sugli eventi della propria quotidianità; si renderanno conto con stupore delle scelte sepolte dal velo dell’illusoria necessità, mutando l’ordine mentale del bisogno con quello più umano del desiderio.

Nella danza butoh, l’improvvisazione entro i muri della coreografia è la ricerca costante dell’esperienza pura e la chiave per questo processo è la pratica (il sadhana dello yoga, il Kata delle arti marziali e delle danze orientali) perché solo attraverso un coinvolgimento ripetuto nel tempo possiamo notare la trasformazione.

“L’improvvisazione è un’esperienza. 
Così, che tipo di esperienza ha il danzatore nella coreografia?
Non è separabile.”
Waguri Yukio